.Il Monumento a Diego Cavaniglia

Il Conte Diego Cavaniglia morì alla giovane età di 28 anni nel settembre del 1491 in seguito ad un ferimento avvenuto durante una battaglia contro i Turchi ad Otranto. Sua moglie, la Contessa Margherita Orsini, volle erigere sulla tomba dove fu inumato, presso l'altare della Chiesa di S. Francesco a Folloni, un superbo cenotafio.

L'opera fu completata nel 1492 per mano di Jacopo della Pila, scultore lombardo molto attivo a Napoli tra l'ultimo ventennio del '400 e gli inizi del '500. L'attuale collocazione in sacrestia è dovuta ai lavori di ristrutturazione avvenuti durante la costruzione dell'attuale Chiesa tra il 1743 e il 1748.

Monumento a Diego Cavaniglia, conte di Montella 

Il luogo del ritrovamento

Il monumento funebre di Diego Cavaniglia fu montato verso la fine del sec. XV sul fianco sinistro dell’altar maggiore dell’antica chiesa dell’Annunciata, oggi San Francesco, nel luogo di massimo onore come richiedeva il rango del defunto conte. Questa localizzazione si evince dai documenti conservati nell’archivio del convento, in particolare dalla pianta e dalla descrizione della chiesa contenuta nella Platea di Sebastiano Guerruccio del 1740-41.

In seguito all’inizio dei lavori per la costruzione della nuova chiesa, nel 1741, il monumento venne smontato, le ossa riesumate e il tutto trasferito a pochi metri, nella attuale sacrestia che si trova in corrispondenza con il vano che qui si può osservare, dove è stata riportata alla luca parte dell’impianto della chiesa angioina del sec. XIV. Sulla parete di destra si osserva il muro di fondazione su cui poggia l’arca marmorea.

In questo muro sono stati rinvenuti i resti del conte Diego Cavaniglia il 1 marzo 2004 grazie al lavoro di ricerca di fra Agnello Stoia, con la collaborazione dell’arch. Sandro De Rosa della Soprintendenza ai B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino.

La morte del conte

Nella seconda metà del Quattrocento, la pressione dei Turchi sull’Europa si fa sempre più forte e la caduta di Costantinopoli (1453) significa per il Vecchio Continente prendere coscienza della gravità della minaccia.

Le armate turche, con Maometto II, incominciano ad espandersi lungo i Balani e l’Italia Meridionale, arrivando, nel luglio 1480, ad assediare Otranto. La città viene espugnata dopo poche settimane e migliaia di abitanti vengono trucidati. La risposta cristiana, con Ferdinando I re di Napoli, Mattia Corvino, re d’Ungheria e il papa Sisto IV, si concretizza con l’invio di truppe al comando del duca Alfonso, figlio di Ferdinando I, che ben presto cingono la città d’assedio, sia per mare che per terra.

Diego Cavaniglia, chiamato ad inviare soldati per sostenere l’assedio, per questioni economiche non riesce a rispondere immediatamente all’appello del re e solo dopo aver ricevuto un prestito, nell’estate del 1481, riesce a partire con una propria compagnia di soldati, giungendo ad Otranto alla fine di agosto.

Durante uno degli ultimi assalti alla città - liberata il 10 settembre 1481 - Diego viene colpito da una freccia ad un ginocchio. Subito soccorso, la ferita non riesce a guarire, nonostante le cure, e l’infezione si propaga molto velocemente, con la morte che sopraggiunge nel giro di pochi giorni, avvolgendo la sua fine in un alone di congetture e mistero.

La Tomba di Diego

Tra Quattrocento e Cinquecento Napoli è città aperta ad esperienza artitstiche internazionali. Se le “rotte” della pittura puntano decisamente la prua in direzione “mediterranea”, quelle della scultura puntano altrettanto decisamente in direzione dell’Italia centro-settentrionale, verso la Toscana, ma soprattutto la Lombardia. Ben si addice questo quadro di riferimento anche al epolcro di Diego I Cavaniglia conte di Montella (1453-1481).

Commissionato entro il 1492 (questa è la data incisa lungo la catena che attraversa il baldacchino) dalla consorte Margherita Orsini, il sepolcro risulta attribuito dalla critica più recente alla bottega dello scultore lombardo Jacopo della Pila, il più gaginesco dei lombardi attivi a Napoli e significativamente titolare della tomba di Garzia Cavaniglia in Monteoliveto a Napoli.

Lo schema di riferimento per il sepolcro di Diego, sempre per la critica più recente, andrebbe riconosciuto nella tomba del vescovo Piscicelli della cattedrale di Salerno, opera documentata del della Pila: in entrambi i casi il giacente posto su una cassa decorata con clipei inghirlandati coronata da un baldacchino e sostenuta da virtù cariatidi. Qui a Montella i rilievi nei clipei raffigurano San Pietro, la Madonna col Bambino e sant’Antonio, e le cariatidi la Prudenza con il tradizionale serpente (il serpente deriva da Matteo (10,16), “…siate dunque prudenti come i serpenti”), la Giustizia con la spada e il globo (la spada è l’emblema del potere di questa virtù, il globo simboleggia il suo dominio sul mondo) e la Temperanza con le anfore (nel Medioevo il temperante era colui che si asteneva dal bere; perciò questa virtù era già da tempo rappresentata da una figura femminile che versa un liquido da un’anfora in un’altra mescolando il vino con acqua).
A mano ed epoca del tutto diverse apparterrebbero, invece, i due angeli reggicortina.

L’armatura

L’immagine di Diego scolpita sulla sua lastra tombale ci raffigura un giovane cavaliere con indosso la sua armatura, dalle forme essenziali, esempio efficace di quelle indossate dai giovani nobili cavalieri nella seconda metà del XV secolo, prodotto secondo un’aggiornata tecnica esecutiva e sicuro simbolo del rango a cui apparteneva colui che l’indossava.

L’armatura è di area lombarda, da ricondurre molto probabilmente all’opera di maestri armaioli milanesi residenti a Napoli, dati gli stretti legami tra le due città durante il periodo aragonese.
Una giornèa la ricopre in parte, nascondendo un sistema di difesa del tronco caratteristico di tutto il Quattrocento,capace di proteggere attraverso diversi elementi - petto, schiena, panziera, coietto e guardarene - la parte superiore del corpo.

A cosciali, ginocchielli, schiniere mozze, scarpe in maglia di ferro era invece affidata la difesa della parte inferiore.
Un’armatura, in pratica, capace di aerire a tutto il corpo, adatta a schivare i colpi, e che pone però la domande sul come sia stato possibile che Diego venisse colpito da una freccia durante la battaglia.
Bisogna ricordare, perciò, che in corrispondenza delle articolazioni, per meglio consentire la piegatura di gambe e braccia, si lasciavano scoperti alcuni punti, cioè gli incavi ascellari, la parte interna dei gomiti e la zona posteriore delle ginocchia, proprio dove Diego verrà ferito da una saetta, che porterà successivamente alla sua morte precoce.

Particolare del viso del conte Diego Cavaniglia 

Lo scheletro

Dopo ben 500 anni, le ossa di Diego si trovano in uno stato di conservazione eccezionale, che ha consentito agli studiosi di lavorare adeguatamente sullo scheletro.
I resti del Conte Cavaniglia sono stati esaminati dal Prof. Gino Fornaciari, Direttore del Laboratorio di Paleopatologia e Docente di Storia della Medicina dell’Università degli Studi di Pisa, e dalla sua equipe formata dalle antropologhe Angelica Vitiello e Sara Giuliani e dalla paleopatologa Marielva Torino.
L’esame antropologico e paleopatologico si è avvalso di accurate indagini radiografiche e di tomografia assiale computerizzata ad alta definizione, insieme ad una valutazione ergonomia, ovvero lo studio dell’attività muscolare capace di lasciare indelebili tracce sulle strutture ossee.

Le indagini compiute hano quindi consentito di confermare significative corrispondenze tra le notizie ricavate dalla cronaca dell’epoca e i dati scheletrici, riconoscendo che i resti appartengono ad un individuo di sesso maschile, di circa trent’anni, alto pressappoco 175 cm e di prestante struttura fisica; tutti elementi che, accanto ai risultati di osservazioni e analisi più complesse, hanno permesso l’attribuzione dello scheletro rinvenuto nel convento di San Francesco a Folloni al conte Diego Cavaniglia.

Tomba di Diego CavanigliaParticolare della tomba di Diego CavanigliaParticolare della tomba di Diego Cavaniglia